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13 luglio – Vangelo (Mt 10,16-23) Non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli:
«Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe.
Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.
Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato.
Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un’altra; in verità io vi dico: non avrete finito di percorrere le città d’Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo».

 

Meditiamo

Commento di padre Lino Pedron

Questa parte del discorso è introdotta da due metafore che illustrano la situazione pericolosa dei discepoli inviati in missione. Solo un miracolo può far sopravvivere le pecore in mezzo ai lupi. A questo proposito merita di essere ricordata un’affermazione di Tanhuma Toledoth 32b: “Qualcosa di grande accade alla pecora (Israele) che sopravvive tra settanta lupi (i settanta popoli del mondo: Gen 10)… Grande è il pastore che la salva e la sorveglia”. Le parole “io vi mando”, poste all’inizio del testo, vogliono mettere in luce proprio questo aspetto di protezione da parte di Gesù buon pastore (Gv 10).

Ma, pur confidando nella protezione divina, è necessario un comportamento umano che tenga conto della pericolosità della situazione. L’una cosa non esclude l’altra. Il discepolo, nel pericolo, deve comportarsi in modo che si manifesti la sua fiducia nella protezione divina e il buon uso delle doti che Dio gli ha dato.

Qualunque sia il senso particolare attribuito all’astuzia dei serpenti e alla semplicità delle colombe, vi si trovano connessi l’atteggiamento di fiducia in Dio e quello di ponderazione nei rapporti umani. Il serpente è simbolo della scaltrezza (Gen 3,1), la colomba è il simbolo del candore (Ct 5,2; 6,9). Nel Midrash sul Cantico dei cantici leggiamo: “Riferendosi agli Israeliti Dio disse: Con me sono semplici come le colombe, ma tra i popoli del mondo sono astuti come i serpenti”.

La fedeltà a Cristo mette i discepoli in contrasto anche con i parenti e i connazionali che non vogliono accogliere l’annuncio del vangelo: “Sarete odiati da tutti a causa del mio nome” (v. 22).

Il discepolo, quando è perseguitato, deve perseverare fino alla fine (v. 22). Non c’è alternativa per essere salvati. Il vangelo impegna a tempo pieno e per sempre.

La persecuzione fa parte della storia della salvezza: è la via della croce che continua. Il mondo ha odiato il Cristo e continua a odiarlo nei suoi discepoli. La ragione dell’odio è sempre la stessa: “per causa mia” (v. 18).

Il mondo odia i discepoli di Cristo perché con la loro esistenza lo mettono in questione, lo turbano e lo contestano. La persecuzione è una magnifica occasione per testimoniare Cristo davanti a tutti (v. 18).

Gesù non promette ai suoi missionari il successo e il prestigio, ma prospetta loro un destino di sofferenza e di persecuzione. Essi non devono preoccuparsi di fronte alle aggressioni, ma attendere e avere fiducia nell’azione di Dio. Il discepolo è chiamato a percorrere la strada della testimonianza nella sofferenza, prendendo come modello Gesù, il crocifisso risorto.

Il v. 23 promette la consolazione e il conforto della venuta del Figlio dell’uomo. Egli si prenderà cura dei suoi messaggeri perseguitati e scacciati.