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29 aprile – VANGELO (Gv 15,1-8) Chi rimane in me ed io in lui fa molto frutto

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

 

Meditiamo

padre Ermes Ronchi

Amore, coraggio, libertà, frutti di Dio

Nel brano tutto ruota attorno ad una im­magine concreta e ad un verbo: la vite e dei tralci, il verbo «rimanere». Cristo vite, io tralcio: io e lui la stessa co­sa! Stessa pianta, stessa vita, unica radice, una sola linfa.
Lui in me e io in lui come fi­glio nella madre, madre nel fi­glio.
Dio è in me, non come un pa­drone, ma come linfa vitale.
Dio è in me, come radice che invia energia verso tutti i rami. Dio è in me per prendersi cu­ra più a fondo di me. In Cristo il vignaiolo si è fatto vite, il se­minatore si è fatto seme, il va­saio si è fatto argilla, il Crea­tore si è fatto creatura. Non so­lo Dio con noi, ma Dio in noi. Se ci guardiamo attorno, co­nosciamo tutti delle persone che sembrano mettere gem­me, le vedi germogliare e fio­rire. E capisci che sono inserite in qualcosa di vivo!
Rimanete in me. Una sola condizione; non condiziona­mento, ma base della mia e­sistenza: nutrirmi della linfa della mia vite. Non sono pa­role astratte, sono le parole che usa anche l’amore uma­no. Rimanere insieme, nono­stante tutte le distanze e i lun­ghi inverni, nonostante tutte le forze che ci trascinano via. Il primo passo è fare memo­ria che già sei in lui, che lui è già in te. Non devi inventare niente, non devi costruire qualcosa. Solo mantenere quello che già è dato, pren­derne coscienza: c’è una e­nergia che scorre in te, pro­viene da Dio, non viene mai meno, vi puoi sempre attin­gere, devi solo aprire strade, aprire canali a quella linfa.
All’inizio della primavera sui tralci potati affiora una goc­cia di linfa’ che luccica sulla punta del ramo. Mio padre mi portava nella vigna dietro ca­sa e mi diceva: è la vite che va in amore! Quella goccia di lin­fa mi parla di me e di Dio, di­ce che c’è un amore che sale dalla radice del mondo e mi attraversa; una vita che viene da Dio e va in amore, in frutti d’amore. Dice a me, piccolo tralcio: «Ho bisogno di te per u­na vendemmia di sole e di miele».
Ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frut­to.
Il dono della potatura… Po­tare non significa amputare, significa dare vita, qualsiasi contadino lo sa. Rinunciare al superfluo equivale a fiorire. Perché gloria di Dio non è la sofferenza ma il molto frutto.
È come se Gesù dicesse: non ho bisogno di sacrifici ma di grappoli buoni; non di peni­tenze, ma che tu fiorisca. Nes­suna vite sofferente porta buon frutto. Prima di tutto de­vo essere sano e gioioso io. Così Dio mi vuole.
Il nome nuovo della morale e­vangelica è «frutto buono», con dentro il sapore di Dio. Che ha il gusto di tre cose sul­la terra: amore coraggio e li­bertà. Non c’è amore senza li­bertà, libertà non c’è senza coraggio. E amore libertà e co­raggio sono la linfa e i frutti di Dio in noi.