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Padre Pio: Capelli, sandali, febbre e malattie

Il barbiere di Padre Pio

Vincenzo Miniscalchi taglia i capelli di Padre Pio.  Vincenzo era il fratello minore di Gerardo Miniscalchi. Gerardo aveva un negozio di barbiere in paese, ed era anche il barbiere di Padre Pio e degli altri frati. Gerardo considerava un grande privilegio il tagliare i capelli a Padre Pio. In segno di rispetto si vestiva sempre in abito completo, con cravatta quando andava al convento. Quando Gerardo si ritiro’ in pensione, tocco’ al fratello Vincenzo il privilegio di tagliare i capelli a Padre Pio.

(da Pray, Hope, and Don’t Worry, Padre Pio Newsletter, editors Diane and Deacon Ron Allen,numnero 38, gennaio – marzo 2009)

http://padrepiodevotions.org/pdf/january-march2009.pdf

Scarpe, sandali 

Padre Joseph Pius di New York (Bill Martin prima dell’abito) diceva:
“I Piedi di Padre Pio erano sempre gonfi, molto gonfi. Erano come due meloni dentro i suoi calzini. Uno piu’ gonfio dell’altro.”  (Schug, Profile, 63)

Piedi penosamente gonfi

Matteo Biancofiore umile e bravissimo calzolaio di Foggia, faceva su misura i sandali per Padre Pio. Senza il lavoro di Matteo il frate non avrebbe potuto camminare, a causa dei terribili dolori ai piedi portati dalle stimmate. Oggi, molti di quei sandali sono conservati come reliquie a San Giovanni Rotondo e in altri conventi delle Puglie, e negli altri santuari che ospitano oggetti del frate. Tra il frate di Pietrelcina e il calzolaio nacque ben presto una tenera amicizia che coinvolse tutta la famiglia. Loredana, la figlia di Matteo, raccontava che ogni dieci giorni lei stessa andava a confessarsi da Padre Pio. Quest’ultimo celebrò inoltre la comunione di tutti e 8 i figli di Matteo

(Daniele Magliulo, in Blasting News Italia, Loredana Biancofiore: il mio papà era il calzolaio di Padre Pio  8 maggio 2013)

http://it.blastingnews.com/opinioni/2013/08/loredana-biancofiore-il-mio-papa-era-il-calzolaio-di-padre-pio-0024995.html

Padre Pio a letto malato

Le malattie di Padre Pio non erano spiegabili con la medicina ufficiale. E questo fino alla morte. Più volte dichiarato dai medici in fin di vita, ne seguiva una rapida quanto inspiegabile guarigione. Più volte, dopo una lunga degenza a letto, prostrato e senza toccare cibo, d’improvviso non mostrava segni di malattia e riprendeva una alimentazione normale. Anche il sintomo della febbre rimaneva inspiegabile. Compariva e scompariva all’improvviso. Spesso erano registrati valori così alti (fino a 48 – 48,5 gradi!) che, per misurarla, si ricorreva ad un termometro da bagno! La stessa diagnosi di tubercolosi, fatta da medici illustri, era esclusa dal medico di famiglia, dott. Andrea Cardone, che lo ebbe in cura dopo il noviziato, tutte le volte che rientrava in Pietrelcina per motivi di salute. In seguito lascerà scritto: «Gli avevano trovato una tubercolosi polmonare e gli avevano dato, si e no, pochi mesi di vita. Ma io, quando lo visitai, fui subito, ed a ragione, di parere contrario. Fragile, si, lo era, con un deperimento invincibile (dovuto ai digiuni, alle veglie, alle sue pratiche ascetiche e di penitenza) e una bronchite florida, contratta in campagna, in quel tugurio di Piana Romana, dove andava a pregare. Ma questo è un altro discorso, che non ha niente a che fare con la tubercolosi. Tant’è vero che dopo le iniezioni di tubercolina, le cutireazioni erano sempre negative, e a curarlo bastavano le solite pozioni e i vecchi decotti. Fosse stata vera-mente quella malattia, a quest’ora non staremmo a parlare di lui. Assieme ad un suo zio, lo accompagnai anche, per un consulto, a Napoli, dal prof. Castellino, clinico principe del tempo, ed anche questi escluse la natura tubercolare del male… Padre Pio veniva a Pietrelcina deperito, lo curavo, si rimetteva in salute. Mi sembrò normale, come tutti gli altri frati, senza alcuna particolarità». (Peroni, Padre Pio, 105-6)

Non c’era una spiegazione logica per le malattie di Padre Pio. Quindi, il dott. Cardone poteva avere torto, ma poteva anche avere ragione. In realtà, quando Padre Pio si trovava a Pietrelcina, di solito mostrava solo qualche segno di deperimento. Solo in convento, i medici più volte ponevano diagnosi di malattie spesso talmente gravi da giudicarlo in fin di vita. Erano malattie umanamente incomprensibili, che facevano parte di una situazione di vita avvolta dal mistero. Lo stesso Padre Pio, in una lettera a padre Agostino del 7 marzo 1916, scrisse: «Riconosco d’essere un mistero a me stesso». (Epistolario I,  769) (Giannuzzi, San Pio, 55-6)

Il 16 aprile 1907, presentatosi al Distretto Militare di Benevento per la visita di leva, fra Pio venne immatricolato con il numero 12094, giudicato abile e rinviato in congedo illimitato in attesa della chiamata alle armi. Tornato a Sant’Elia, i Superiori lo videro talmente deperito che lo misero a riposo. Sempre più frequenti divennero i rientri di fra Pio a Pietrelcina. Se ne ricorda uno in particolare, quello avvenuto nell’autunno del 1907 quando Zi’ Grazio fu chiamato dai frati del convento e invitato a portarsi a casa il figlio perché «credevano che fosse tisico» e vicino alla morte. Fra Pio non mangiava da 15 giorni. Era così debole che a fatica si riuscì a vestirlo. Zi’ Grazio e il figlio si avviarono in carrozza alla stazione, salirono sul treno e presero la prima classe. Arrivati a Pietrelcina e scesi dal treno, proseguirono in carrozza. Giunti davanti la casa della sorella Felicita, fra Pio volle scendere per salutarla. Zi’ Grazio proseguì da solo fino a casa, raggiunto poco dopo dal figlio, che si rivolse subito alla mamma chiedendo: «Che fai da cena?». La mamma: «Faccio rape». Erano il suo cibo preferito. A tavola mangiò tutte le rape, condite di olio, e disse: «Oggi ho riparato per tutti i 15 giorni». Era guarito. Un episodio questo descritto così come fu raccontato dallo stesso Zi’ Grazio e che rispecchia con chiarezza le caratteristiche proprie di una sintomatologia che esplode e regredisce in modo inspiegabilmente repentino. (Giannuzzi, San Pio, 56) (Peroni, Padre Pio, 104-5)

Nel dicembre 1915 Padre Pio si trovava sotto le armi all’Ospedale della Trinità del Distretto Militare di Napoli, quando fu visitato dal dottor Giuseppe Grieco. Il tenente gli auscultò il cuore, i polmoni, il polso. Poi prese il termometro e glielo mise sotto l’ascella. Quando lo ritirò constatò che la colonnina era rotta. Riprovò con un altro termometro, ma ancora la colonnina era rotta. Lo stesso accadde una terza e una quarta volta. Il dr. Grieco ne parlò con il suo collega dr. Francesco Melle. I due medici trovarono un termometro da bagno, che poteva misurare la temperatura fino a 80 gradi, rimossero la colonnina dalla custodia di legno, e misurarono la temperatura a Padre Pio (la recluta Francesco Forgione). Il termometro segnò 48 gradi. Infilarono di nuovo il termometro sotto l’ascella e si fermo’ a 49 gradi. I due medici avvertirono il loro superiore, il capitano medico prof. Felice D’Onofrio. Misurarono di nuovo la temperature, e il termometro si fermò a 49 gradi.” (Allegri, La vita e i miracoli, 178-182)

Nel gennaio 1917, subito dopo il suo ritorno a San Giovanni Rotondo, Padre Pio cadde bruscamente ammalato. La febbre era così alta che faceva scoppiare i termometri normali. il guardiano del convento, Padre Paolino da Casacalenda, andò a prendere un termometro da bagno e, come racconta nelle sue memorie: “Il mio stupore crebbe in maniera straordinaria quando controllai il termometro dopo averlo ritirato dall’ascella del Padre. Mi accorsi che nella colonnina il mercurio aveva raggiunto i 52 gradi! Guardai il malato, gli posai una mano sulla fronte: invece di bruciare era fresco e con il colore di uno che non ha la febbre.” (Chiron, Una strada, 99-100) (Paolino da Casacalenda, p. 86)

I termometri usati da Padre Paolino da Casacalenda nel 1917, con certificato di autenticita’

 

Padre Paolino da Casacalenda

Il Dr. Giuseppe Avenia riporto’ in questa testimonianza scritta e fotografica con certificato, che nel 1941 stava accanto al letto di Padre Pio con Padre Damaso, il superiore, e Padre Ezechia. Il dr. Avenia mise il termometro sotto l’ascella di Padre Pio e in pochi secondi il mercurio raggiunse e supero’ la sommita’ della scala e il bulbo si ruppe.

Tubercolosi

Il superiore del convento di Foggia, Padre Nazareno da Arpaise, annotò  nei suoi Appunti [“Notizie su Padre Pio da Pietrelcina”] tutto ciò che lo riguardava. “Padre Pio venne subito a Foggia e fu accolto con grande festa da me e dai confratelli. Padre Pio, tutto contento, prese il posto di religioso tra i confratelli, con i quali era sempre giulivo e faceto. Come religioso infermo a mensa gli passavo sempre qualche pietanza speciale…, ch’egli solo assaggiava e poi passava ai confratelli vicini. Dopo un pranzo lo chiamai nella mia stanza e: “Piuccio – gli dissi – sei tu affetto da tubercolosi?”. “Si”, mi rispose. Ed io, allora: “Se effettivamente sei affetto da questa malattia, perché passi la tua pietanza ai confratelli? Non sai che la tua malattia si comunica facilmente agli altri?”. E lui: “La mia malattia, per grazia speciale del Signore, non mischia”. Conoscevo la virtù del fraticello e credetti subito a quanto aveva detto. Lo abbracciai e baciai e poi soggiunsi: “Fa pure quello che credi bene”».

Febbraccia

La non contagiosità dell’infermità di Padre Pio sarà poi confermata dai medici. «…Non passò molto tempo – prosegue padre Nazareno – e Piuccio fu colpito da una febbraccia di 41 e più gradi. Preoccupato da questa febbre alta, altissima, chiamai il medico del convento (il dott. Del Prete), il quale lo visitò accuratamente e gli riscontrò focolai di microbi all’apice destro, con lievi soffi al sinistro. Ordinò segregazione assoluta e… qualche medicinale…». Venne poi consultato un altro medico, il dott. Tarallo, «ed anche questi – si legge sempre negli Appunti – riscontrò gli stessi sintomi del morbo. Ogni sera i due medici s’incontravano nella stanza dell’infermo e con loro somma meraviglia dovettero confessare che era un morbo speciale, che appariva e scompariva. Soffi sì, tubercolosi no. La febbre durò parecchio e poi scomparve completamente con grande confusione dei medici». In sostanza, entrambi i medici esclusero la natura tubercolare della malattia, confermando quindi il parere già espresso dal dott. Cardone, medico di Pietrelcina. Spesso Padre Pio, accusando inappetenza, rimaneva in cella nell’ora di cena mentre i confratelli erano nel refettorio. (Giannuzzi, Padre Pio, 97) (Appunti di padre Nazareno d’Arpaise “Notizie su Padre pio da Pietrelcina” Stralci attinti da Chiocci e Cirri, Storia di una vittima, vol. I, pp. 84-90)

La relazione di Mons. Rossi nel 1922 continua soffermandosi brevemente su «un altro fatto singolare», quello degli episodi di febbre altissima (48°) accusati da Padre Pio. Padre Lorenzo, guardiano del convento, durante una deposizione del 16 giugno, aveva dichiarato che, inizialmente scettico su quanto si diceva intorno a questi episodi, dovette poi ricredersi: «Una volta ancora io stesso volli misurare la temperatura [a P. Pio] con un termometro portato dal Dr. Festa di Roma – va fino al 150° – e segnò 48°. Così credei anch’io a quello che si diceva». (Castelli, Investigazione, 176)

Mons. Rossi sottolinea che tali episodi si verificavano non sempre, ma «in speciali circostanze di spirito; il male che porta a questa temperatura o di cui questa temperatura è indizio, è – ha dichiarato P. Pio – “più male morale che fisico”; egli, P. Pio, prova in sé “affetti interni, la considerazione, qualche rappresentazione del Signore. Come in una fornace, mantenendo sempre la conoscenza”. E infatti un confratello attesta che, anche sotto la pressione di questa febbre, P. Pio non rimane abbattuto, ma si alza, si muove, fa tutto. Il che non può negarsi essere tanto più singolare ed eccezionale!». Mons. Rossi, conclude con prudenza e senza sbilanciarsi: «Se il fatto, oltre che eccezionale, sia anche miracoloso, lo manifesterà il Signore quando lo crederà»  (Castelli, Investigazione, 150)

Fonte: http://caccioppoli.com