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Testimonianza – Da quando mio marito non c’è vivo con i piedi per terra ma una parte di me è sempre in cielo

Mi chiamo Adriana. Non ci conoscia­mo ma già il fatto che siate anche voi lettori e “fans” di questo stra­ordinario quotidiano ci rende, penso, un po’ “amici”: per questo motivo ho deciso di rac­contarvi, nel giorno di san Giuseppe che è pure la festa del papà, la mia storia d’amore con mio marito Giuseppe, che è già in cie­lo. Sono sicura sarà molto orgoglioso che la sua Adri racconti su queste pagine che bravo marito e che buon padre è stato.

Quando si ama una persona si desidera far­la conoscere ed eccomi qui allora a parlare di Giuseppe, un uomo, uno sposo, un padre, un amico, un imprenditore, una persona che ha vissuto in modo straordinario l’ordinario e ha lasciato un segno indelebile in me, nei nostri figli e in tutti coloro che lo hanno co­nosciuto.

«…Cinque marzo

e non era ancora primavera,

ma in quel giardino

un fiore,

il più bello,

il più profumato,

il più carino era già fiorito per me

ti amo tanto

Giuseppe»

(dalla lettera del 5 agosto 1982)

Il nostro primo ed indimenticabile incontro è avvenuto nei primi giorni del mese dedicato a San Giuseppe. Due settimane dopo, il 19 marzo, regalai a Giuseppe un libro sul caro santo con questo augurio:

«Perché imitando questo grande santo nell’umiltà nel servizio nella semplicità tu sappia dare vera lode al Signore».

Proprio da questo libro Giuseppe prese una preghiera me la scrisse su un santino che accompagnava un regalo dell’anniversario mensile del nostro incontro – sì perché il primo anno tutti i 5 del mese mi faceva un regalo. Eccola qui:

«O Giuseppe gloria a colui che ti ha onorato

Gloria a colui che ti ha incoronato

Gloria a colui che ti ha fatto patrono delle nostre anime.

Invochiamolo sempre con molta fiducia»

Da allora questa breve preghiera divenne la “nostra” preghiera a San Giuseppe.

E così abbiamo voluto affidare fin dall’ini­zio il nostro Amore alla custodia premurosa di San Giuseppe e l’abbiamo scelto subito come santo protettore della nostra coppia (era stato il nostro caro padre spirituale di allora don Pietro Margini – parroco in sant’I­lario d’Enza dal 1960 al 1990 – che ci aveva consigliato la devozione a San Giuseppe).

È stato fondamentale nel nostro cammino di coppia avere un padre spirituale; egli ci ha generati alla fede, ci ha nutriti e custoditi, ci ha guidati prima come singoli, poi come fi­danzati e infine come sposi e genitori, con sa­pienza, prudenza, pazienza, col cuore attento di un Padre, con delicatezza e rispetto gran­de e ci ha sempre spronato a puntare in alto.

Giuseppe proveniva da un’altra parrocchia, aveva conosciuto don Pietro all’età di 17 anni in occasione di una catechesi e ne è rimasto subito colpito, ricordo che mi dis­se che andò a trovarlo e lui gli disse: «Noi diventeremo grandi amici». E così iniziò a partecipare alle adunanze dei giovani e agli esercizi spirituali in Sant’Ilario d’Enza, dove in seguito conobbe anche me.

Ricordo la prima direzione spirituale di cop­pia quando don Pietro ci disse a proposito di San Giuseppe: «Prendetelo come modello nell’amore a Gesù, come esemplare. Tutte quelle cose belle che sentite e vi scambia­te sempre come modello San Giuseppe che avete preso come vostra guida, come mo­dello di amore a Gesù e alla Madonna. Nes­suno ha stimato la Madonna come San Giu­seppe, Lui che l’ha vista in tutta la sua vita ed era una grande sposa! …servizio come San Giuseppe, amore come San Giuseppe. Come San Giuseppe trattava Gesù, così bisogna trattare Gesù nell’Eucarestia, e così comin­ciare a fare la Sacra Famiglia!».

Questo caro santo è diventato per noi un

compagno di viaggio, un amico di famiglia.

E così il 5 gennaio dell’anno 2000, primo mercoledì del mese, in una santa messa ab­biamo voluto affidare anche la nostra azien­da agricola a San Giuseppe e l’abbiamo inti­tolata a lui.

Ah, dimenticavo: di professione faccio pri­ma di tutto la sposa e la mamma; in più gestisco assieme a due dei miei tre figli – Massimiliano e Caterina – un agriturismo in provincia di Reggio Emilia. Angela, la più giovane, sta ancora studiando all’università, ma se c’è bisogno si dà da fare anche lei, siamo una famiglia e quindi tutti per uno e uno per tutti. Il nostro primo figlio si chiama Massimiliano perché S. Massimiliano Kolbe fu un grande devoto dell’Immacolata e a Lei abbiamo dedicato la piccola cappella dell’Agriturismo.

Da allora tutti i primi mercoledì del mese facciamo celebrare una messa in onore di san Giuseppe (sì perché come il sabato è il giorno dedicato alla Madonna così il merco­ledì è il giorno di san Giuseppe).

Una cosa molto bella fu scoprire la preghie­ra del Sacro Manto, l’abbiamo recitata tante volte insieme ed era soave e dava un senso di grande fiducia e abbandono il pregarla insieme il mettere sotto il manto di san Giu­seppe tutte le nostre preoccupazioni, le no­stre angustie, le nostre sofferenze.

Ancora una volta ci siamo rivolti a San Giu­seppe e abbiamo sperimentato la potenza di questa preghiera quando abbiamo maturato insieme l’idea dell’Agriturismo per chiedergli la grazia di poter realizzare in proprietà una nuova azienda a Lui dedicata – in preceden­za eravamo in affitto.

Don Pietro era già in cielo, abbiamo fatto un cammino di discernimento con un altro ami­co sacerdote, don Carlo Sacchetti. Insieme con don Carlo abbiamo maturato un proget­to “spirituale” spinti dal desiderio di rendere la nostra professione uno strumento di bene per trasmettere agli ospiti i valori cristiani dell’accoglienza, dell’ascolto, per offrire un ambiente sereno di svago e di relax e cre­diamo che la famiglia unita sia fondamentale per portare questo messaggio.

Ricordo che proprio il giorno dopo aver ter­minato il sacro manto abbiamo ricevuto una telefonata con il consenso dei proprietari a vendere il podere e così abbiamo realizzato l’Agriturismo dedicato al nostro caro santo.

Nel grande salone al piano superiore c’è una bella statua di San Giuseppe che la domina e nella sala di casa nostra c’è una vetrata con l’immagine del santo!

Io e Giuseppe abbiamo condiviso 28 anni di matrimonio da quando, l’8 dicembre 1983 abbiamo consacrato il nostro Amore nel­la festa dell’Immacolata Concezione; nella fede nuziale di Giuseppe è inciso l’augurio “plenitudo dilectio”, che si richiama al passo della Lettera ai Romani in cui Paolo afferma che «la pienezza della legge – il suo adem­pimento perfetto – è l’amore». “Pienezza” e “amore”… quando ci penso mi dico che que­ste due parole sono una sintesi perfetta di tutta la vita di Giuseppe.

Con altre famiglie della parrocchia, ancora sotto la guida di don Pietro, avevamo an­che fatto un cammino di preparazione e ci siamo consacrati alla Madonna. Mi guardo indietro e mi dico che potremmo davvero sintetizzare la nostra vita, Giuse e io, con il ritornello del salmo della messa del nostro matrimonio: «Abbiamo contemplato o Dio le meraviglie del tuo Amore». Sì, è il Signore che, nella sua infinita misericordia, nel suo infinito amore opera le sue meraviglie per i suoi piccoli figli da Lui tanto amati!

Potrebbe sembrare una storia bella e quasi “romantica” ma si sa la croce fa parte della vita e in modo particolare si presentò a noi quando per un controllo Giuseppe fu invita­to dal medico a fare la colonscopia.

Fu una cosa improvvisa ed inaspettata, non aveva alcun sintomo. Gli fissarono l’appun­tamento il 20 aprile 2011 alle 14,30, era venerdì santo.

Mentre lui è ancora sopito dall’anestesia il

medico mi chiama e mi fa sedere nel suo studio: in quel momento ho capito che non mi avrebbe dato buone notizie e così fu: tu­more all’intestino – Giuseppe lo avrebbe poi chiamato “l’ospite cattivo”. Ricordo che en­trai col medico da Giuseppe volevo essergli vicino quando gli avrebbe comunicato l’esi­to dell’esame. Giuseppe ascoltava il medico e lo guardava con occhi sereni, il medico ci salutò e ci consigliò di andarci a fare una va­canza… Quando restammo da soli Giuseppe tentò subito di rasserenarmi. Lui rasserenava me! Non si preoccupava per sé stesso ma per me, che evidentemente in quel momen­to ero sconvolta dalla notizia. Lui no, o alme­no non lo dimostrava esternamente. Aveva tanta fede e in tutto si abbandonava fidu­cioso alla provvidenza. In famiglia anche di fronte alle più grandi difficoltà non l’ho mai visto depresso, disperato arrabbiato, anche se sofferente, e così è stato anche di fronte a questa prova.

Ricordo che all’uscita dalla visita dal pro­fessore che lo avrebbe operato il giorno di Pasqua mi abbracciò e ancora una volta fu lui a consolare me: «Non preoccuparti Adri vedrai che ce la faremo anche questa vol­ta!». Quando le cose non andavano secondo

i nostri sche­mi non si la­mentava col Signore, non faceva pesare le sue preoc­cupazioni in famiglia ma diceva: “Fiat voluntas tua”, e lo diceva con quella convinzione serena e fer­ma che viene dalla fede. Che sposo bello!

Ma torniamo a noi: l’intere­vento sareb­be avvenuto il 24 maggio, festa di Maria Ausiliatrice. Io e Giusep­pe ci siamo recati in pel­legrinaggio il 13 maggio al santuario mariano di Fontanella­to e ci siamo affidati con fiducia alla Madonna.

I tanti nostri amici e i sa­cerdoti che ci sono vicini con affetto e con la pre­ghiera hanno fatto celebra­re messe con l’intenzione perché tutto vada bene. Giuseppe non perde mai la sua serenità, insieme di­ciamo il rosa­rio nella no­stra cappella: è il mese di maggio.

Ecco due e mail scritte da Giuseppe in quei giorni:

Carissimi Gianca e Patty, è difficile da dire ma l’ amicizia è condivisione delle cose belle e delle difficoltà. Mi dispiace aggiun­gere sofferenza. Lunedì prossimo entrerò in ospedale e martedì sarò sottoposto ad un intervento chirurgico all’ intestino. Il male sembra localizzato e di piccole dimensioni. Il chirurgo è ottimista. La nostra amicizia, i momenti belli che abbiamo passato e passe­remo insieme sono motivo di grande gioia. Con l’ augurio che le nostre sofferenze siano temporanee e nella viva speranza di risen­tirci presto con buone notizie un grande ab­braccio

Giuseppe e tutta la famiglia

Carissimo Padre Damiano l’ intervento è sta­to programmato per martedì prossimo, “Ma­ria Ausiliatrice”. Ancora una volta un segno dal cielo. Ci abbandoniamo fiduciosi fra le braccia di Maria. La ringraziamo di cuore per le telefonate e per le tante preghiere, il Si­gnore la ricolmi di ogni grazia. Offro questa prova per tutti coloro che sono in difficoltà. Ringrazio sempre il Signore per il dono di così tanti e cari amici. Nella certezza di ri­sentirci presto con buone notizie tanti cari saluti. Giuseppe e tutta la famiglia

La sera prima di entrare in ospedale Giusep­pe desidera confessarsi e ricevere l’estrema unzione… Don Bruno, il nostro caro Parroco, premuroso come sempre viene a casa no­stra, ricordo ancora lo sguardo luminoso di Giuseppe dopo la confessione: «Sono pron­to!», mi dice. Arriva il 24 maggio, prima di entrare in sala operatoria andiamo davanti al Santissimo che è sempre esposto nella chiesa dell’o­spedale e ci affidiamo al Signore. Stia­mo lì davanti a Lui in silenzio e poi alla fine recitiamo il Salve Regina. L’intervento dura sette ore ma il chirurgo dice che tutto è andato bene. I giorni suc­cessivi vado ogni mattina dal mio Giuse, il tempo che ci concedono non è tanto: ci guardiamo, lui non sta benis­simo ma cerca di sorridermi. Ricordo che la domenica, il 29 mi aveva chiesto di leg­gergli il van­gelo. C’era il versetto che dice: «Non vi lascerò orfa­ni» successi­vamente l’ho riletto… credo fosse proprio una parola per noi…

Tutto sembra p r o c e d e r e bene fino a quel fatidico 30 maggio: ci vediamo la mattina alle 6 e 30 come sempre, poi sa­rebbe andato Massimiliano all’una. Proprio mentre Giu­seppe è con lui non si sente bene e si accascia tra le sue braccia!

Massi mi avrebbe poi detto: «Il papà mi ha guardato negli occhi».

Il tuo ultimo sguardo, Giuseppe… e poi lo hanno fatto uscire dalla stanza, Massimilia­no, per cercare di rianimarti».

Ricordo come adesso, e sento ancora un tremito nel cuore, la telefonata che ricevetti dall’ospedale alle 13: «Signora dovrebbe ve­nire in Reparto perché il signor Giuseppe si è complicato».

Chiedo spiegazioni ma non vogliono dirmi niente: vado di corsa in cappella e mi butto piangendo in ginocchio : «Ti prego Signore

fa’ che non sia successo niente!».

Avevo capito che le cose non andavano bene ma non immaginavo fino a tanto! Nell’attesa del mio papà che viene a prendermi per ac­compagnarmi all’ospedale comincio a tele­fonare; Massi non risponde, il nostro medico nemmeno. Chiamo alcuni amici e dico loro tutta la mia angoscia, nel mio cuore senti­vo che c’era qualcosa di grave. Poi ricordo che arrivata in corsia mi viene incontro no­stro nipote piangendo. Il chirurgo mi dice sconvolto: «È un evento rarissimo, embolia polmonare, un caso ogni 50.000 interventi. Abbiamo fatto tutto il possibile ma non c’è stato niente da fare».

In un attimo la mia, la nostra vita è cambiata, uno tsunami sconvolge la nostra famiglia.

Quando ti ho visto mi sono inginocchiata di fianco a te, amore mio.

Non riesco a descrivere quei momenti che non si cancelleranno mai più dalla mia men­te e dal mio cuore!

Mi sono chiesta tante volte, Giuseppe, cosa può essere passato nel tuo cuore in quegli istanti. Certamente hai pensato a noi, e poi avrai avuto paura? Avrai sofferto tanto? La morte è davvero un mistero insondabile. Ho sperato da subito con tutta me stessa che tu fossi nell’abbraccio di Colui che ci ama.

Il mio primo pensiero però è stato questo: non ti ho perso, Giuse solo adesso sei da un’altra parte, il vuoto è terribile, incolma­bile, una voragine nell’anima, una spada nel cuore, un dolore indescrivibile, una ferita che rimarrà aperta tutti i giorni di questa vita.

Nonostante questa sofferenza terribile vo­glio credere con tutta me stessa che in tutto ciò vi è anche se incomprensibile un disegno di amore.

La mia vita cambia totalmente: vivo con i piedi per terra, necessariamente, ma una parte di me è sempre in cielo. Inizio a cerca­re tutti i documenti possibili che mi parlano della comunione dei santi, voglio approfon­dire questa verità.

Cerco un modello di sposa e vedova, mi af­fascina Giovanna de Chantal, questa donna forte e coraggiosa che però per sei mesi piange la morte del marito: allora anch’io posso piangere a fiumi, questa non è debo­lezza, fa parte della nostra umanità.

Cerco però di sfogarmi solo con Colui che più di tutti mi può comprendere e così mi ri­trovo spesso davanti al tabernacolo: l’Euca­ristia diventa indispensabile, non posso fare a meno di attingere a questa fonte di grazia e di forza.

Ed è proprio nella Messa che scopro il luo­go dove più tangibilmente si sente viva la comunione dei santi, nella messa più che in ogni altro luogo ritrovo forte la comunione con Giuseppe, la Messa è la comunione tra la terra e il cielo e lì lo sento realmente pre­sente.

«Giuseppe, l’amore che mi hai donato lo porto tutto ancora in me e cosi anche tu, ne sono certa, porti nella tua anima l’amore che io ti ho donato».

Davvero il Matrimonio è un mistero grande… L’amore tra gli sposi è il modo proprio che Gesù ci dona per amare Lui amandosi tra loro.

E se in vita l’unione degli sposi è, come dire, “una fusione” in Gesù, è questo amo­re di Gesù che – comunicato ai due singoli col matrimonio – li “fonde” insieme: questo Amore non cessa di esistere se uno dei due entra nella vita eterna.

L’Amore che ci ha unito in terra ancora ci unisce adesso e per sempre, è trasfigurato in una dimensione eterna e ora è tutto tra­scendenza.

Il nostro Amore non è annullato, solo è cam­

cam­biato il modo. Prima tutta la persona era coinvolta: anima, spirito e corpo. Ora che manca la fisicità, la reciprocità, c’è un altro modo di dirsi questo amore, ed è la comu­nione delle nostre anime e dei nostri cuori che continua attraverso la preghiera e i sa­cramenti

Ma il momento culminante è ancora la co­munione eucaristica: lì davvero nel cuore di Cristo si sente forte che siamo una cosa sola, il nostro amore ci unisce ancora, il nostro amore che Lui ha suscitato e alimentato può anzi ancora crescere, il nostro amore che nel Sacramento del Matrimonio è stato elevato e consacrato da Gesù è davvero eterno.

«Così in Gesù ritrovo la comunione piena con te, mio adorato Giuseppe. Ho percepi­to come noi due siamo indivisibili in Gesù, inseparabili, siamo un’unica cosa in Lui. Mai ti avevo sentito così vicino, così parte di me perché siamo uno in Gesù, siamo uno nel suo Cuore, siamo fusi nel suo Amore.

Questo Amore è ciò che mi sostiene, mi dà forza e serenità, nella fede gioisco nel sa­pere che sei pienamente felice e così la tua gioia diventa la mia gioia, perché la comu­nione tra noi due continua, amore mio. Ti sento vicino, ti invoco, prego con te per i no­stri figli e per coloro che si affidano alle mie, anzi alle nostre preghiere.

La nostra “Chiesa domestica”, adesso che sei in cielo, porta in sé un pezzo di Paradiso. La nostra missione insieme non è terminata anzi il guardare a te ci sprona ancora a fare del bene nell’ essere testimoni dell’Amore».

Vivo in un senso di immensa gratitudine al Signore per avermi donato uno sposo unico e speciale. Più vado avanti, ripensando ai tanti momenti vissuti insieme, più riscopro la bellezza della sua persona e mi ripeto: Ma è il mio sposo, così bello, così buono, così sag­gio, così equilibrato, così umile, così forte, così ricco di fede! Mi verrebbe da dire: per me Giuse è un santo di quella santità ordi­naria alla quale ognuno di noi è chiamato: la santità nella semplicità della vita quotidiana, nel realizzare pienamente la vocazione di sposi e genitori, nella professionalità del la­voro… Sì, vedo proprio realizzato in lui l’au­gurio inciso sulla sua fede nuziale, “plenitudo dilectio”… pienezza e amore.

I tantissimi ospiti che sono venuti nel nostro agriturismo anche solo per una volta mi te­stimoniano continuamente che Giuse è una persona straordinaria che ha lasciato in loro un segno indelebile: la sua accoglienza, il suo sorriso, la sua squisita umanità.

Grazie a te, Giuse, che non mi hai lasciata sola, e al nostro caro patrono, a San Giusep­pe che mi ha sostenuto in questi anni (saran­no quattro il prossimo 30 maggio): mi sono affidata a Lui tante e tante volte per i tanti problemi da risolvere per l’azienda da gesti­re per le decisioni da prendere da sola, per i figli… non so dire quante volte ho recitato “il sacro manto”, e sempre facendolo chiedevo anche a te, Giuse caro, di continuare a unirti a me in questa preghiera (anzi ora più che mai).

Di solito durante il ringraziamento assieme alla comunione io e Giuse recitavamo il ma­gnificat e la preghiera a san Giuseppe. Ecco, anche adesso quando prego così so che lui prega ancora con me e agli amici dico che io in cielo ho i due Giuseppe che sono i miei sponsor.

Questa sera festeggeremo i dieci anni del­la nostra attività, Giuse: facciamo festa con gioia e riconoscenza: ci sarà la messa e un rinfresco a casa nostra, con tanti amici!

«La certezza, Giuse, che sei accanto a me e ai ragazzi, mi sostiene e mi dà coraggio per affrontare ogni giorno l’avventura della vita; il desiderio di rivederti mi sprona a tendere con tutta me stessa al Paradiso dove sare­mo insieme in una piena comunione con lo Sposo. Ti amo, Giuse, per sempre».

Adriana Soldati
La Croce Quotidiano