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9 luglio – VANGELO (Mt 11,25-30) Io sono mite e umile di cuore

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

 

Meditiamo

padre Gian Franco Scarpitta

Un giogo davvero piacevole

A fare scalpore sono quasi sempre le persone vitali e gioiose, che raccolgono il plauso e l’attenzione di tutti. Gli eventi sensazionali, gli avvenimenti e i fatti roboanti sono al centro dell’attenzione e le persone “note” sono sulla bocca di tutti. Non ci si accorge però che in parecchi casi il clamore può distogliere la nostra attenzione sulle cose veramente importanti e di gran lunga edificanti, che risiedono invece in persone o situazioni semplici e dimesse. Nella semplicità delle cose e delle persone infatti molte volte risiede ciò che davvero merita attenzione e non di rado le cose semplici sono le più esaltanti. Le persone che (senza esagerare nel silenzio) lesiano nelle parole e si guardano dall’eccessiva loquacità, sono sempre le più ricche e le più edificanti. Non di rado i semplici e i taciturni si sono mostrati anche più frugiferi di tutti coloro che sprecano parole. “Nel mondo c’è già tanta gente che parla, parla, parla sempre; che pretende di farsi sentire e non ha niente da dire.”(L. Tenco). La vera eloquenza tante volte risiede nel silenzio e la semplicità è la vera risorsa umana che non di rado misconosciamo, complice questo sistema di convivenza sempre proteso verso l’apparenza, l’effimeratezza e la superficialità.
Diceva Gandhi: “Taci, ma se parli di cose più importanti del silenzio.”
Certamente è vero che Dio si è manifestato, come attesta la Scrittura, nella Parola e che questa ha sempre sortito effetti vantaggiosi per l’uomo, tuttavia la Parola Incarnata si è resa manifesta nel silenzio, nella notte e nella precarietà. Dio nel suo Figlio che è il Verbo (appunto la Parola) si è rivelato al mondo nella forma più semplice, umile e nascosta e proprio sotto questa forma ha attratto a sé tutti gli uomini. Il profeta Zaccaria, in un passo citato per lo più in tempi di passione, ci ricorda che il nostro Salvatore ha preferito una semplice cavalcatura: un asino, puledro figlio di asina per entrare in Gerusalemme. Non un cavallo, che sarebbe stato più consono alla sua Persona divina essendo questo l’animale usitato dagli imperatori e dai grandi uomini.
E Gesù nella sua apertura confidenziale al Padre gli rende lode per il dono dell’umiltà, della mitezza e della semplicità e soprattutto per avergli dato l’occasione di mostrare la sua predilezione appunto agli ultimi e ai dimenticati. Gesù mostra il volto di un Dio che rifugge ogni sapienza umana, anzi come dirà poi Paolo, un Dio la cui sapienza non è di questo mondo, ma che coincide con ciò che il mondo definisce stoltezza. “Quando sono debole, è allora che sono forte”, dirà infatti l’apostolo, delineando che la vera forza di Dio risiede in tutto ciò che noi definiamo debolezza: “Ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è: più forte degli uomini.”(1Cor 10, 25)
Tanto premesso, Gesù invita a se proprio coloro che, confusi e disorientati dal consorzio del mondo, ne sono avviliti e scoraggiati; avvicina quanti hanno perso la fiducia in un sistema ingiusto, perverso e arrivista, che non lascia spazio alla semplicità e all’umiltà. Si rivolge a quanti non possono o non vogliono competere con i “sapienti” di questo mondo, cioè con gli arrivisti, gli ipocriti, i carrieristi oggi condannati da papa Francesco anche all’interno della Chiesa. A tutti coloro che soccombono alla prevaricazione e all’ingiustizia e che sembrano non avere voci in capitolo semplicemente perché non hanno un nome o una posizione; a quanti passano inosservati e non emergono perché rifiutano millanterie e atti smaliziati e interessati, Gesù rivolge una perentoria consolazione: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi darò ristoro. Imparate da me, che sono mite e umile di cuore. Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero.”
Il “giogo” nell’Antico Israele era il simbolo che indicava la Legge di Mosè, sulla cui ottemperanza si fondava la vita del popolo e la fedeltà a Dio. Adesso Gesù pone una nuova interpretazione a questo concetto: il giogo consiste semplicemente nell’abbandonarsi a Dio e nel riporre la sua fiducia in lui, nel lasciare che lui per primo ci ami disinteressatamente nel suo Figlio, nel lasciarci coinvolgere dalla gratuità del dono che è lo stesso Figlio di Dio. E in effetti lasciare fare a Dio quanto all’amore non comporta alcun gravame e non richiede competenza o maestria. Consiste semplicemente nel concedere che in Cristo Dio ci ami e ci prediliga e pertanto trovare in lui quella soddisfazione che il consumo e l’arrivismo non sono in grado di offrire.
Sarà Dio stesso a ricompensare adeguatamente chi si sottopone a questo “giogo” perché egli stesso, nell’umiltà e nel nascondimento vive il “giogo” della comunione filiale con il Padre. Se il mondo elude la vera sapienza di Dio, Cristo ce ne fa sperimentare l’efficacia e il trionfo finale.
Occorre allora non demordere nel coltivare la fede, la speranza, la carità e soprattutto la virtù fondamentale per cui esse possono spiccare il volo: l’umiltà. Essa certamente ha il suo prezzo agli occhi del mondo ma alla fine trasforma in merito tutto ciò che il mondo interpreta come demerito.

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